INTRODUZIONE
Chi possiede un trasmettitore
commerciale o autocostruito deve talvolta valutare la potenza elettrica
ad alta frequenza emessa dall'apparato. E ciò accade sempre in
occasione di periodici controlli, di messa a punto o taratura del
trasmettitore stesso, per i quali ci si serve di un carico fittizio, in
grado di sostituire l'antenna radiante. Ma come si effettua in pratica
la misura della potenza erogata? Qualcuno potrebbe pensare di collegare,
all'uscita del trasmettitore, una resistenza di valore pari a quello del
carico nominale, che si aggira generalmente intorno ai 50 ohm, per
misurare poi la tensione a radiofrequenza presente sui terminali ed
applicare la nota formula:
W = V2 :
R
Ma questo sistema avrebbe un
significato valido soltanto se il trasmettitore erogasse un segnale
perfettamente sinusoidale e con un solo e preciso valore di frequenza.
Pur ricordando che un tale procedimento sarebbe irto di difficoltà,
dato che imporrebbe l'uso di un voltmetro AF, in grado di coprire la
banda interessata, che non tutti posseggono per il suo costo elevato.
A questo punto, comunque, dobbiamo ricordare che gli apparati
trasmittenti erogano, generalmente, forme d'onda complesse, per le quali
servirebbe l'impiego di un voltmetro selettivo RF, come ad esempio
l'analizzatore di spettro, che consentirebbe la misura di ogni singola
componente sinusoidale in cui si può immaginare di scomporre il
segnale; successivamente si potrebbe sommare i risultati e finalmente
conoscere il valore della potenza del segnale. Eppure, anche volendo
programmare questa lunga, costosa ed assurda via di misura e calcolo,
difficilmente si riuscirebbe a percorrerla sino in fondo, perché i
segnali non sono fissi, ma variabili e la lentezza del procedimento ne
renderebbe impossibile il controllo.
Durante le operazioni di taratura di un trasmettitore, le grandi
precisioni di lettura, ottenibili attraverso opportuni strumenti, non
sono necessarie, mentre è sufficiente disporre di un segnale
proporzionale alla potenza dissipata per effettuare una soddisfacente
messa a punto degli apparati trasmittenti. E questo segnale può essere
quello offerto da una lampadina ad incandescenza alimentata con una
bassa tensione.
COMPORTAMENTO
DELLA LAMPADINA
Ogni lampadina ad
incandescenza è composta da una piccola spirale di tungsteno immersa in
un'atmosfera inerte e racchiusa in un bulbo di vetro. Quando è percorsa
da corrente, la spiralina si riscalda e dopo aver raggiunto una
temperatura superiore ai 2.600 °C, emette una radiazione luminosa
proporzionale alla propria temperatura. La lampadina, tuttavia, non può
essere collegata direttamente sui morsetti d'uscita del trasmettitore,
perché essa non rappresenta un carico lineare. Infatti, il tungsteno,
come tutti i metalli, ostacola il passaggio della corrente elettrica
all'aumentare della temperatura, ossia presenta un coefficiente di
temperatura positivo. E ciò significa che, con l'aumentare della
temperatura, aumenta la resistenza elettrica della spiralina della
lampadina.

Fig. 1 - Il valore in ohm
della resistenza del filamento di ogni lampadina ad incandescenza varia
col variare della temperatura della spira durante il passaggio dalla
condizione 1 (lampadina spenta) alla condizione 3 (lampadina accesa).
In figura 1 è dimostrato il
comportamento di una lampadina da 6 V - 50 mA nelle tre condizioni di
"spenta" (1), "semiaccesa" (2), "accesa"
(3). Fra le due condizioni estreme, il filamento subisce un'escursione
termica di 3.000 °C, con una enorme variazione della resistenza della
spira di tungsteno nelle tre condizioni di impiego. L'analisi del
comportamento della lampadina, fin qui esposta, porta a concludere che
questo componente non può rappresentare un carico lineare per il
trasmettitore, in quanto tende ad assorbire una corrente di valore
costante (ogni aumento di corrente viene compensato in parte da un
aumento resistivo del filamento). Dunque, per poter utilizzare la
lampadina come carico fittizio del trasmettitore, è necessario
minimizzare le conseguenze delle variazioni ora ricordate ed evitare
l'effetto, pericolosissimo e presente a lampadina fredda, del
cortocircuito. Ma c'è un ulteriore fenomeno da tenere in
considerazione, ossia la sensibilità logaritmica e non lineare
dell'occhio umano alla luce e alla natura di questa. Su tale
comportamento della nostra vista, tuttavia, non ci soffermeremo, perché
anch'esso, come gli inconvenienti già discussi, rimane minimizzato nel
progetto del carico fittizio di tipo luminoso qui presentato.